venerdì 27 gennaio 2012

mensa vs buoni pasto

Il titolo è volutamente provocatorio.
La questione è stata infatti vissuta fino ad oggi come una contrapposizione netta tra i fautori della mensa a tutti i costi e coloro che non volevano rinunciare al "ticket".
La legislazione al riguardo è molto più elastica e permette di non penalizzare nessuna delle due "fazioni".
La risposta si chiama ristorazione. La ristorazione prevede che i locali mensa continuino ad esistere, garantendo il livello qualitativo attuale, ma il dipendente che sceglie di usufruire del servizio lo paga con il buono pasto. Non solo: il buono pasto può essere utilizzato tutto o in parte presso il servizio ristorazione e va da sé che la parte non spesa resta al lavoratore.
Coloro che invece scelgono di non usufruire del servizio ristorazione, hanno il diritto a percepire l'intero valore del buono pasto e allo stesso tempo il diritto di utilizzare i locali della ristorazione per consumare il pranzo che si sono eventualmente portati o per il recupero psicofisico.
Adesso la parola passa a voi. Come sempre, questo vuole essere uno spazio per un confronto franco e aperto, anche se è auspicabile una soluzione che non penalizzi nessuna delle due parti. Le raccomandazioni sono le solite: non mandare mail, ma intervenire direttamente nel presente blog. E non inserire osservazioni anonime, che verranno rimosse, ma firmare i commenti. Per intervenire non è necessario registrarsi.

30 commenti:

  1. Salvatore 1/2
    Tra pochi giorni più di 500 dipendenti ISPRA appartenenti alle sedi di
    Curtatone e di Casalotti, avranno completato il trasferimento a Via Brancati
    60. In che modo spero sia oggetto di una pagina di questo blog completamente
    dedicata e da cui, secondo me, potrà scaturire un successivo "libro bianco".
    Ma torniamo all'oggetto della discussione.
    Nella loro vita lavorativa questi dipendenti non hanno MAI usufruito della
    mensa aziendale. Essi hanno usufruito del buono pasto sostitutivo
    dell’attuale valore di 7,00 euro. Ben lungi dal non pranzare, questi
    dipendenti hanno, nel tempo, adottato una serie di misure tendenti ad
    assecondare l’esigenza primaria di nutrirsi conservando uno stato di salute
    accettabile come il Dr. De Luca potrà testimoniare. Di fatto questo buono
    pasto ha costituito un’integrazione media al salario mensile di 112 euro
    considerando 16 giorni lavorativi medi al mese.
    Nella sede storica di Via Brancati 44 invece i circa 500 dipendenti hanno
    SEMPRE usufruito della mensa aziendale.
    Domanda:
    - Perché a parità numerica di dipendenti deve prevalere “l’abitudine”
    di Via Brancati 44?
    - Perché non consentire “pari opportunità” a tutti i dipendenti
    attraverso il mantenimento del loro stato di provenienza?
    - Perché, oltre al disagio di vedersi trasferiti in altra zona di
    Roma(!) con seguente aggravio economico (benzina), familiare (orari
    diversi), parecchi dipendenti debbono perdere anche quella piccola
    integrazione?

    Tesi:

    - A) La mensa offre un livello qualitativo/quantitativo di cibo non
    riscontrabile in altre situazioni (bar, tavole calde, cinesi……).
    - B) Lo standard qualitativo di una “ristorazione” non è equiparabile
    a quello della mensa.
    - C) Bisogna “garantire” i posti di lavoro esistenti.
    - D) La mensa è una vittoria dei lavoratori guadagnata nel tempo non
    si può tornare indietro sui diritti acquisiti (ma sì, riscopriamoci un pò
    compagni) [continua...]

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    1. [...continua] Salvatore 2/2
      Antitesi:
      - NON é vero: i concetti di buono e/o abbondante e/o sazietà sono
      assolutamente soggettivi per ogni persona. Ognuno dei 500 trasferiti nella
      loro vita lavorativa si sono attrezzati secondo le loro personali esigenze:
      chi non pranzando, chi con un panino, chi con gli avanzi della sera
      precedente, chi andando alle tavole calde. Qualunque soluzione sia stata
      adottata è stata economicamente inferiore o pari al valore del Buono pasto;
      quindi questi lavoratori hanno guadagnato qualcosina o, al massimo, ci sono
      andati pari.
      - NON è vero: già in ISPRA esistono servizi esternalizzati (vedi
      pulizie); esattamente come per le pulizie si può istituire una Commissione
      interna di valutazione della qualità/quantità erogata dalla Ditta fornitrice
      del Servizio Ristoro in grado di controllare che essa si attenga a quanto
      concordato contrattualmente.

      - Si può fare! Immagino che il Servizio Ristoro sia strutturato
      “esattamente” identico all’attuale: infatti il numero di utenti sarà
      identico (le abitudini sono difficili da cambiare.....) e il servizio dovrà
      prevedere il 1°, il 2°, frutta e yogurt come adesso....magari salta la pizza
      toh!
      - Questa è demagogia! Nell’attuale situazione economica e di
      disfacimento graduale del welfare a cui eravamo abituati (o almeno di cui
      avevamo sentito parlare) pensare che la mensa sia un avamposto da difendere
      è ridicolo. In realtà per gli abitanti di Brancati 44 non cambierà nulla:
      con un introito di 2.800,00 euro al giorno (7 euro per una media di 400
      dipendenti) una Ditta può garantire un pasto “soddisfacente”, consentendo
      contestualmente a CHI non vuole andare di conservare il suo livello
      retributivo (che dovrebbe anche questo un gol della sinistra!)
      La mia proposta che è condivisa da molti colleghi dell'USB TENDE A GARANTIRE LE ESIGENZE DI TUTTI. Attraverso lo strumento del “buono pasto per tutti” CHI vorrà andare a sedersi nell’ex-mensa troverà lo stesso comfort di prima;
      CHI invece vorrà proseguire con le sue vecchie abitudini alimentari
      conservando il Buono pasto per tutti gli usi consentiti, lo potrà fare.

      “Ristorazione: una soluzione CHE TUTELA TUTTI, TOLLERANTE, EQUA E RISPETTOSA
      DELLE DIVERSITA’”(che non è male di questi tempi)
      Ciao
      Salvatore Porrello (Bio-diverso dell'exICRAM)

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  2. Concordo naturalmente con tutto quanto esposto da Salvatore, considero la ristorazione l'unica scelta che non penalizza nessuno, consentendo a chi vuole di continuare ad usufruire di un servizio di qualità esattamente uguale all'esistente e agli altri di spendere il buono pasto dove e come ritengono più opportuno.
    Un'osservazione: resta inteso che chi scegli il buono pasto sarà tenuto a fare l'orario completo COMPRENSIVO della mezz'ora di pausa pranzo; stesso discorso per chi sceglie di mangiare nei locali ristorazione, sia usufruendo dei servizi, sia portandosi il pranzo da casa.
    Chi invece vuole uscire 20 minuti prima, non percepirà il buono pasto e in teoria può usare i locali per il recupero psicofisico limitatamente ai 10 minuti previsti per legge.
    Attilio Castellucci

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  3. Buongiorno a tutti, sono dipendente di via brancati 48, e da anni predico il servizio della mensa interna con il pagamento del buono pasto, perchè avendo problemi di salute non posso utilizzare il servizio mensa e quindi pur essendo 12 anni che lavoro da questa parte non ho mai messo piede in mensa, anzi non so nemmeno come è fatta!
    Concordo al 100% la possibilità di dare il buono pasto a tutti e la restituzione dello stesso (o in parte) per l'accesso alla mensa, ma che sia dato a tutti e non solo ai dipendenti di via brancati 60!
    Si potrebbe fare un referendum chiedendo di esprimersi tra chi vuole il buono pasto e utilizzare lo stesso per l'accesso in mensa o no ( a sua scelta), e anche dare la possibilità, lasciando le cose così come sono, a chi invece non vuole SICURAMENTE il buono pasto e vuole continuare con la piccola trattenuta in busta paga, in poche parole far convivere le due cose: buono pasto a chi lo vuole, gli altri continuino come prima.

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    1. Grazie. E' confortante sapere che c'è che a Brancati 48 la pensa diversamente! Sul referendum molto dipenderà dalla nostra collettiva capacità di "pressare" sull'Amministrazione
      Salvatore Porrello

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  4. Concordo pienamente con la Ristorazione, tiene conto delle esigenze di noi tutti, a partire da quelle che riguardano lo stile di vita attento alla salute!

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  5. sono pienamente d'accordo con il concetto di "ristorazione", piena libertà di scelta al lavoratore tra mensa o buono pasto.

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  6. E' una soluzione così semplice, soddisfacente, equa, a portata di mano che temo non si realizzerà mai! Peccato, perché mi pare davvero ottima.
    francesco zampetti

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    1. Francesco, non fasciamoci la testa prima di rompersela. Noi la nostra parte la faremo: tu potrai fare la tua anche solo parlandone con i colleghi ed insunuando in loro un dubbio.........
      Salvatore Porrello

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  7. Vi ricordo solo una cosa: firmate gli interventi, altrimenti sarò costretto a rimuoverli. Serve solo per evitare che qualcuno, fingendo identità diverse, posti dieci volte le stesse cose.
    Ripeto: non serve registrarsi, scegliete "Anonimo", ma mettete il nome in fondo all'intervento.
    Vi ringrazio tutti per la collaborazione.
    Il webmaster

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  8. È naturale che il trattamento debba essere lo stesso per tutti. La ristorazione va intesa come scelta individuale che può essere fatta sia dai dipendenti di Brancati 60 sia da quelli di Brancati 48. Deve valere per tutti i dipendenti, quale che sia la sede. A me già sembra coercitivo all'eccesso che i dipendenti non abbiano facoltà di poter optare per l'una o l'altra mensa (si dice che non sarà possibile per i 60 mangiare a 48 e viceversa) figuriamoci un trattamento diverso per i due edifici.
    Attilio Castellucci

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  9. Non sono affatto d'accordo.

    Il buono pasto viene erogato solo quando manca o non è possibile, da parte dell'azienda, fornire un servizio mensa.
    Mi sembra quanto meno assurdo che l'Ispra da una parte paghi la società che gestisce la mensa, le attrezzature e la loro manutenzione, i locali e la loro pulizia e dall'altra paga il buono pasto al dipendente. Roba da denuncia alla Procura presso la Corte dei Conti.

    La prospettiva è che la società che gestisce il servizio mensa, abbia allora come unico introito il buono pasto speso dal dipendente che ne usufruisce. Beh, sfido chiunque, con soli 7 euro, a prendere un pasto completo con scelta fra tre primi, tre secondi, tre contorni (più insalata mista, più petto di pollo o bistecchina ai ferri, più piatto di prosciutto ecc ecc).

    Se non spendo il buono pasto presso la mensa interna, che alternative ho?
    a- mi porto la schiscetta, o il panino o un pezzo di pizza da casa e me lo mangio chiuso nella mia stanza, fra computer e carte. A parte il fatto che credo sia vietato un simile comportamento, le istanze igieniste e salutiste sbandierate altrove qui vanno a farsi friggere (per 7 euro c'è gente disposta a chiudere un occhio o tutt'e due sulla tutela della propria salute).
    b- vado fuori, a cercare un bar nella zona... Auguri!!!

    Riccardo Pugnali

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    1. Riccardo, rispetto la tua opinione, pur non condividendola. Qui in zona, Curtatone, mangiamo con sette euro in alcuni punti ristoro e mangiamo discretamente, certo non peggio che a Mensa.
      Inoltre, il servizio ristorazione è già attivo in altri enti di ricerca, quindi vuol dire che non solo è possibile farlo, ma che per l'impresa che lo gestisce è comunque conveniente, altrimenti non credo che avrebbero preso la commessa.
      Per il consumo, come ben indicato nel post che apre questa discussione, è previsto dalla legge che si abbia accesso alla sala ristorazione, la stessa che usa chi preferisce mangiare quanto offerto dalla ditta di ristorazione. I locali infatti non appartengono alla ditta, ma all'amministrazione, che li mette a disposizione per il consumo del pasto, quale esso sia.
      Chi vuole, poi, è libero di andare a cercare un bar o un ristorante fuori, naturalmente il tempo che ha a disposizione è sempre mezz'ora.
      Io personalmente vedo l'uso della sala interna anche come momento di aggregazione, per cui credo consumerei lì il pasto che mi porto da casa.
      Ti invito solo a considerare che la ristorazione vuole essere la via alternativa che potrebbe mettere d'accordo sia chi vuole il buono pasto, sia chi vuole la mensa.
      Non ho nessuna intenzione di penalizzarti; nemmeno però vorrei veder penalizzata la mia di scelta.
      Attilio Castellucci

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  10. Io non mi pronuncio sulla legislazione in materia, in quanto non la conosco. Posso però evidenziare quella che è la mia esperienza a riguardo. Personalmente credo che avere i buoni pasto sia la cosa migliore, in quanto:
    - non sempre, anzi, quasi mai, il mio pranzo consiste in un primo, un secondo e un contorno, dato che poi devo riprendere a lavorare;
    - anche se ho necessità di mangiare qualcosa, a me basta un panino o un piatto solo, che certamente non implica il costo di 7 euro;
    - la sede di Brancati 48 ha un bar dove è possibile acquistare a prezzi modici quello di cui solitamente ho bisogno, a parte qualche occasione in cui mi fa piacere sedermi e mangiare qualcosa di caldo;
    - sarebbe giusto poter acquistare fuori il mio pranzo e non vedermi addebitare, oltre ai 30 minuti, anche quelle poche decine di centesimi che mi si addebitano per la mensa.

    In sostanza, con un buono pasto ci farei due pranzi, poi ognuno si fa i propri conti.

    Luca

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  11. Credo che la ristorazione sia la soluzione migliore per tutte le ragioni già elencate. Inoltre la mensa del numero 60 è molto più piccola dell'altra. Non conosco esattamente il numero di posti ma è facile immaginare che si dovranno fare più turni. Di conseguenza, la riduzione del numero di utenti che si avrebbe con la scelta della ristorazione, si trasformerebbe in un vantaggio per chi utilizza la mensa. Ma siccome è una soluzione intelligente non credo verrà mai applicata.

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  12. io penso che la scelta tra buono pasto e mensa debba essere lasciata alla piena libertà del lavoratore, come credo sia necessario un' equa applicazione dei regolamenti tra tutti i lavoratori dell'ISPRA, pertanto propongo che il pasto mensa/buono sia riconosciuto per tutti solo nel caso in cui si sia effettuato un orario di lavoro giornaliero effettivo di almeno 6 ore e 1 minuto (requisito necessario per ottenere il buono pasto a curtatone); di conseguenza chi a brancati usufuisce del pasto in mensa con un orario di lavoro inferiore dovrebbe essergli decurtato il costo dallo stipendio, cosa che oggi non avviene. Cominciamo nell'applicare il regolamento in modo paritario per tutti, così con i risparmi ottenuti,la scelta tra mensa e buono pasto non sarà più un lusso. Massimo

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    1. In realtà anche questo problema verrebbe risolto dalla ristorazione. Io il buono pasto lo prendo solo se faccio l'orario previsto, cioè più di sei ore. E con il buono pasto vado in ristorazione e mangio. Se poi decido di andarci anche quando faccio meno di sei ore, lo faccio a mie spese, sapendo che per quel giorno non mi verrà corrisposto il buono pasto.
      Qui interviene un altro ordine di problemi: se faccio meno di sei ore, non ho diritto alla mezz'ora da trascorrere in sala ristorazione, ma i controlli spetta all'Amministrazione metterli in atto.
      Attilio Castellucci

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  13. Il grande vantaggio di non provvedere personalmente al “reperimento” del pasto, è indubbio.

    Sono a favore della mensa, visto che il sistema dei buoni pasto, è da sempre suscettibile di “aggiustamenti” e “ricalcolo”, in base alle ore lavorate (vedi anche l’uscita di provvedimenti orientati alla loro abolizione!).

    Mi concentrerei piuttosto sulla possibilità di migliorare il servizio fruito dai dipendenti ISPRA, e sulle condizioni di lavoro dei dipendenti della ditta impegnata.

    Un primo passo potrebbe essere l’internalizzazione del servizio.

    In tal modo, oltre ad un riconosciuto risparmio, si concorrerebbe a “risanare” parte della gestione dell’ente, eleggendo a “dipendenti” ISPRA, i lavoratori attualmente dipendenti dalla ditta.

    Molteplici ed ulteriori le possibilità di miglioramento del servizio, esempio: la riduzione dell’inquinamento acustico della/delle sale ristoro, l’introduzione di menù biologici, ecc.

    Si potrebbe “addirittura” arrivare ad avvalersi della consulenza di nutrizionisti, così da elaborare risposte in campo dietetico e suggerimenti alle esigenze fisiologiche e/o patologiche di ciascuno di noi (es. menù specifici o personalizzati).

    Nicoletta

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  14. Sono convinta che ogni tesi esposta abbia ragionevolezza e la questione debba essere risolta con un referendum tra noi lavoratori che accetteremo democraticamente la volontà della maggioranza. Per quanto mi riguarda, il buono pasto costituisce un'integrazione di stipendio che riesce a coprire la spesa alimentare necessaria alla mia famiglia (5 persone) per una settimana. Quando la mensa fu introdotta nei luoghi di lavoro fu una grande vittoria sindacale. Va ricordato però che accadeva in un periodo storico in cui si introducevano tutele contrattuali ben più consistenti (Sanità universalistica per citare uno dei temi più sensibili). Ora invece i rischi d'impresa vogliono farli pagare tutti a noi con tagli alla retribuzione e con l'introduzione del lavoratore usa e getta ovvero la licenziabilità senza nemmeno doversi giustificare. Bene a fronte di arretramenti di diritti contrattuali ai quali si oppone praticamente solo il sindacalismo di base da ultimo nello sciopero generale del 27 ottobre, considero la mensa un privilegio che non posso permettermi.

    Emma Persia

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  15. Sono stati analizzati credo tutti gli aspetti implicati ad un cambio di gestione del servizo mensa. Le motivazioni addotte a sfavore della "ristorazione" mi sembrano più legate ad una bassa propensione al cambianmento di abitudine piuttosto che alla particità, fattibilità o equità della soluzione proposta. Questo è il tema cardine: convincere colleghi con motivazioni oggettive ad abbandonare abitudini per un "bene" collettivo. Sulla mia speranza rigurado a questo taccio e lascierei la parola al risultato di un auspicabile referendum interno.
    Vorrei aggiungere un paio di considerazioni:

    1)Assolutamente d'accordo con Massimo sulla considerazione delle 6 ore. I neo assunti part-time nelle sedi senza mensa non hanno diritto al buono pasto nemmeno avendo superato il limite delle 6 ore. Se non sbaglio (corregetemi) chi entra a Brancati può desinare anche se non le fa, compresi i nuovi part-time

    2)Credo che le spese per l'istituto con la "ristorazione" siano inferiori a quelle del servizio mensa

    Valerio Sammarini

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  16. Sono d'accordo con Valerio quando dice che il tema cardine è il cercare delle motivazioni oggettive, perché, a mio avviso, alla fine sono sempre i numeri, i dati oggettivi, che dimostrano o supportano le teorie e, se ben chiari e conosciuti, possono guidare alle scelte migliori (o più sostenibili che dir si voglia).

    Nel caso specifico, mi chiedo se possa aiutare a fare oggettive considerazioni sapere quanto e come incide il costo del servizio mensa sull'ISPRA (e quindi sui lavoratori) rispetto ad un sistema di ristorazione che prevede l'elargizione di buoni pasto ai lavoratori (buoni pasto ad oggi monetizzabili in 7 euro l'uno).

    E', infatti, noto (vedi sito web) il dato relativo al costo dell'ultimo appalto triennale per il servizio "ad esterni" della mensa e del bar per la sede di via Brancati 48, aggiudicato nel 2009, per un importo di 1.174.500,00 euro + IVA, cui di recente dovrebbe esser stata aggiunta l'estensione del servizio (che generalmente ammonta al quinto dell’appalto) anche all'altro palazzo (Brancati 60) per un costo totale uguale a appalto già aggiudicato + estensione + IVA. A questo costo, a carico dell'Amministrazione, va aggiunto poi un recupero mensile (in busta paga) dei pasti usufruiti a mensa (che siano stati pasti completi o no, ndr) ed il costo delle consumazioni al bar, che sono costi a carico del singolo lavoratore.

    Invece, nel sistema di ristorazione che prevede l'elargizione da parte dell'Amministrazione di buoni pasto, quali sono i costi a carico del lavoratore?

    Se non ci sarà più il recupero sulla busta paga, se la pausa pranzo potrà essere effettuata comunque nei locali-mensa (perchè cambiare il sistema di pagamento non vuol dire dover cambiare le proprie abitudini), se il servizio prestato dalla società appaltatrice in termini di qualità e di offerta non cambierà (perchè comunque siamo noi che decidiamo cosa ci debbono somministrare e come), i costi effettivi saranno solo quelli relativi al consumo: si paga ciò che si mangia. Il che vuol dire di contro che non si pagherà ciò che non si consumerà e ognuno potrà gestire liberamente la propria quota-parte spettante per il pranzo (7 euro a pasto): chi è abituato o obbligato a portarsi il pranzo da casa li potrà monetizzare facendoci la spesa (su una media di 16 buoni pasto al mese potremmo avere a disposizione 112 euro), chi è abituato ad usufruire della mensa (e non vuole o non può cambiare abitudine) potrà continuare a farlo, pagando però solo ciò che consumerà.

    Questi sono i dati finora a nostra disposizione su cui possiamo già ragionare poi, che dire? Spero anch'io si possa presto avviare una fase di consultazione dei lavoratori (un referendum) sull'argomento, intanto esorto tutti coloro i quali non l'abbiano ancora fatto a postare le proprie osservazioni, considerazioni, informazioni a riguardo perchè, a mio avviso, il confronto è alla base di un sistema civile e democratico che dovremmo riscoprire e di cui dovremmo riappropriarci

    Anna Di Noi

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  17. Rispondo a Nicoletta.
    Pur non essendo d'accordo con lei, trovo del tutto motivato il suo intervento, tranne in un punto, il primo:
    "Il grande vantaggio di non provvedere personalmente al reperimento del pasto, è indubbio."
    Personalmente, trovo di indubbio vantaggio poter scegliere cosa mangiare, dove comperarlo, come prepararmelo e sono poco propenso a scegliere tra le offerte di un menù che, per quanto di qualità, è per forza di cose limitato.
    Soprattutto, trovo di indubbio vantaggio la scelta della ristorazione, dove chi, come Nicoletta, preferisce mangiare senza dover provvedere personalmente alla preparazione, può farlo; e chi come me invece opta di prepararsi il pranzo da sé, beh, può farlo.

    Attilio

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  18. Gira una voce che, a mio avviso, va verificata. Le cucine di Brancati 48 sembra siano elettriche per motivi di sicurezza, trattandosi di locali interrati. Il che porta la bolletta a lievitare intorno alla bella cifra di 250.000 euro l'anno. Considerando i giorni lavorativi, siamo intorno ai mille euro al giorno di elettricità, da parte dell'ISPRA che in materia di ambiente dovrebbe ridurre gli sprechi e favorire l'uso di energie a basso impatto. Senza considerare il discorso economico.
    Se le cose stessero davvero così, ogni volta che mangerò a mensa mi vergognerò un po'
    Attilio

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    Risposte
    1. se è per questo, allora dovremmo vergognarci perchè non abbiamo i pannelli fotovoltaici sul tetto e perchè abbiamo in ogni bagno un boiler sempre acceso (così almeno il benessere fisico quando al bagno ci laviamo le mani d'inverno è assicurato e l'igiene, se ci fosse sempre il sapone, garantita!)

      ...perchè la plastica utilizzata a mensa o al bar, quando le lavapiatti non funzionano, è di quella non riciclabile che finisce diritta a Malagrotta, e invece potrebbe essere di MATER-BI

      ...perchè la carta dei comportamenti sostenibili, iniziativa lodevole di qualche anno fa portata avanti da alcuni colleghi in APAT (una volta era consultabile sulla pagina intranet ora non ci si riesce più), è rimasto un mero esercizio mentale

      ...perchè il grande progetto di dematerializzazione della PA, finalizzata anche all'eliminazione della carta dai nostri pienissimi, e allergenicissimi uffici, stenta a decollare in ISPRA per la disattenzione di alcuni e la pigrizia mentale di altri

      purtroppo le motivazioni di tante e tali scelte insostenibili e/o anti-economiche a volte sembrano andare ben al di là della nostra seppur fervida immaginazione, lasciandoci senza parole e rossi in viso...

      però, ti dirò, io non voglio vergognarmi e nemmai mi vergognerò per l'inerzia di qualcun altro, semmai dovessi provare vergogna sarà perchè, pur potendolo fare, non ci avrò nemmeno provato a cambiare le cose (foss'anche solo spegnere la luce prima di andare via o chiudere la finestra se il condizionatore/riscaldamento è acceso)

      la vergogna, almeno per il momento, la lascio ad altri!

      Anna Di Noi

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  19. Al di là della questione mensa si buono pasto no vorrei riportare la discussione giustamente come sollecitato da alcuni sull aqualità e la sostenibilità ambientale della stessa. Bottigliette di plastica come se piovessero, prodotti non di stagione, neanche un misero prodotto biologico o a filiera corta nulla di nulla.
    La tabella poi che indica i prodotti vegetariani o per celiaci è il piu delle volte errata. Pe un ente ambientale niente male..cmq io inizierei ad indagare alla sulla presunta differenziata che si fa in Istituto...direi che una bella domanda all'amministrazione su questo punto sia quanto meno doverosa dato che ci stanno inondando di discariche dietro casa. Per il resto io dico che si sopravvive anche senza buono pasto...facciamo una battaglia diversa e non sui soldi vi prego....parliamo di salute di ambiente etc...se parlate di soldi no non ci sto...
    raffa

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  20. Sono d'accordo con voi, buono pasto con mensa aperta;
    Gli altri buffoni sindacali che dicono al riguardo?

    Il F.

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  21. ciao
    Concordo con i buoni pasto che potranno essere utilizzati nella ristorazione interna all'ente (mensa) o in altro modo. Concordo con l'idea di spingere l'amministrazione ad una rivalutazione economico-ambientale della mensa-Ristorazione: niente prodotti usa e getta (bottiglie d'acqua), prodotti di stagione e/o a Km 0, creare convenzioni con caritas o altre strutture per destinare il cibo giornaliero non utilizzato ai poveri ecc. Roberta

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  22. Salve a tutte/i,
    sono una Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza e intervengo su questo blog per dare il mio modesto contributo.
    Durante l'ultima riunione periodica prevista dall'art. 35 del D.Lgs. 81/08, il Direttore Generale ha colto l'occasione per esprimere la posizione di ISPRA rispetto all'erogazione dei buoni pasto: nel caso vi fosse la volontà di optare per il buono pasto questo comporterebbe la chiusura della mensa: l'Istituto ha necessità di reperire nuovi spazi da destinare a magazzini e alla biblioteca.
    Ossia o la mensa o il ticket.
    Alla riunione erano presenti altri colleghi RLS, il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione, il Medico Competente.
    Cordialmente,
    Silvia Rosamilia - RLS ISPRA Castel Romano

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    Risposte
    1. Silvia,
      grazie del prezioso punto di vista che "apre" uno squarcio sulla nostra Direzione (in senso lato). Non avevo personalmente dubbi che un'occasione per "crescere" come capacità del personale di autodeterminarsi con strumenti democratici, fosse l'occasione da parte datoriale per scendere miseramente al livello di minacce. Non hanno spazi? ma va! Sono 2 anni (due) che gli diciamo che né Brancati 60 né Castlet Romano poteva assorbire Curtatone e Casalotti.......che li ha autorizzati a continuare ostinatamente imperterriti nel loro progetto? Ed adesso che fanno? Vogliono togliere gli "spazi" ai dipendenti destinati al riposo psico/fisico? Bene accettiamo la sfida! ...... Se ne saremo capaci......Difendiamo i "nostri" spazi con tutti i mezzi.....Che ne dici/te?
      Ciao Salvatore

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    2. D'accordo con Salvatore sul raccogliere la sfida. Ci hanno praticamente deportati, hanno detto che chiudendo Curtatone e Casalotti avremmo avuto tutti più spazio, ora invece risulta che o la mensa o la biblioteca o i magazzini... ma stiamo scherzando.
      Propongo di alzare il livello dello "scontro", per ora senza esagerare, ma pretendendo di avere la ristorazione; ovvero sia il buono pasto, sia la sala ristoro con cibi cucinati (insomma la mensa per chi la vuole). Non hanno spazi? Riprendessero Curtatone e soprattutto Casalotti con il suo bel parco!
      Attilio
      PS: Ma a noi la Direzione non ha mai espresso niente al proposito, mi sbaglio?

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